Dazi, strategie competitive e vecchi libri
Ci sono libri la cui importanza si estende sia nella direzione verticale della profondità rispetto all’argomento trattato, che in quella orizzontale della validità nel tempo, diventando modelli di riferimento, utili per comprendere situazioni complesse. “Competitive Strategy“, scritto da Michael Porter e pubblicato nel 1980, è uno di questi:
- come profondità, perché la validità delle sue idee nel campo classico di applicazione, quello della competizione fra aziende, è indiscussa, ma può estendersi anche ad altre tipologie di competizioni sul mercato, come quelle fra i paesi;
- come validità nel tempo, perché a distanza di 45 anni dalla sua prima uscita, non ha perso valore ma, al contrario, continua a portare spunti di riflessione anche rispetto al contesto attuale.
In tal senso, se analizzata alla luce dei principi definiti in quel libro, la recente introduzione di nuovi dazi commerciali da parte degli Stati Uniti nei confronti della maggior parte dei loro partner internazionali, costituisce una mossa competitiva estremamente rischiosa.
Oligopoli, decisioni e conseguenze
Secondo Porter, in contesti di mercato oligopolistico, come potrebbe essere considerato quello del commercio internazionale, per lo più dominato da pochi grandi attori (USA, UE, Cina e poche altre economie rilevanti), ogni decisione competitiva non può essere valutata isolatamente, ma solo considerando attentamente le possibili reazioni degli altri concorrenti. Una mossa che appare strategicamente vantaggiosa può rapidamente degenerare in una “guerra commerciale” distruttiva, se provoca ritorsioni aggressive da parte dei rivali.
Porter evidenzia che il successo delle mosse strategiche dipende in gran parte dalla capacità di prevedere e influenzare le reazioni degli altri attori. Nel caso in oggetto, se una politica commerciale aggressiva degli Stati Uniti genera risposte forti e rapide da parte di Cina, Europa e altri grandi mercati, il risultato sarà una spirale negativa che potrebbe danneggiare profondamente l’economia mondiale, a partire dalle stesse aziende americane che si vorrebbe proteggere.
Questo rischio è accentuato dalla natura delle attuali relazioni internazionali, caratterizzate da:
- Un numero relativamente ristretto di grandi potenze economiche, tutte sufficientemente forti per attuare ritorsioni efficaci.
- Standardizzazione di molte delle categorie merceologiche colpite dai dazi, come l’acciaio, l’alluminio e componenti tecnologici, aumentando il rischio di conflitti diretti.
- Elevati costi fissi e strutture produttive interdipendenti, che amplificano l’impatto negativo delle guerre commerciali.
Mosse minacciose, mosse difensive e mosse cooperative
Quella americana appare dunque come una tipica “mossa minacciosa” descritta da Porter, in cui il successo dipende interamente dalla reazione (mossa difensiva) dei concorrenti. Tuttavia, contrariamente alla teoria strategica ottimale, sembra che l’attuale governo americano, avendo operato più nel segno della fretta e della comunicazione verso una certa parte degli elettori che della preparazione, e con le sue dichiarazioni ondivaghe e incostanti, abbia trascurato la fase essenziale dell’invio di “segnali di mercato” chiari e, soprattutto, credibili, ovvero azioni preventive che avrebbero potuto stabilire limiti o rassicurazioni riguardo alle proprie intenzioni di lungo termine. Un migliore utilizzo di quella prima fase, avrebbe potuto portare a una situazione che per Porter risulta spesso più vantaggiosa in ambito oligopolistico, quella della cooperazione. Questa assenza di chiarezza, unito all’atteggiamento minaccioso, invece, alimenta incertezza, favorisce risposte aggressive da parte dei concorrenti, e rende estremamente difficile evitare una spirale di ritorsioni distruttive, che si stanno infatti già verificando.
Nel suo libro, l’autore spiega questo meccanismo prendendo spunto dalla teoria dei giochi, in particolare dal cosiddetto “dilemma del prigioniero” nel quale, in estrema sintesi, se nessuno dei due accusa l’altro (cooperazione) entrambi possono ottenere un vantaggio, ma se uno dei due fa la prima mossa contro l’altro e questo reagirà, entrambi saranno condannati (l’ipotesi di mancata reazione, in cui uno prende tutti i vantaggi e l’altro gli svantaggi, è remota).
Tornando al tema attuale, applicando questa logica strategica, emerge chiaramente che la politica daziaria recentemente adottata dagli Stati Uniti rischia di scatenare conseguenze controproducenti per lo sviluppo globale e, paradossalmente, per la stessa economia americana. Il mancato rispetto dei principi fondamentali della “finezza strategica”, degli “impegni credibili” e dell’attenzione ai “segnali di mercato” rischia di generare una situazione in cui, invece di rafforzare la propria posizione competitiva, gli USA rischiano di innescare una guerra commerciale distruttiva in cui tutti gli attori coinvolti, loro stessi inclusi, potrebbero risultare perdenti.
D’altro lato, come alcuni già evidenziano, questo scenario, pur in presenza di una transizione pesante, presenta anche potenziali opportunità per i paesi che stanno subendo questa politica commerciale americana, se la reazione viene impostata nell’ottica più razionale e calcolata che puramente vendicativa. In questo modo, i dazi imposti potrebbero stimolare una maggiore autosufficienza, accelerare lo sviluppo di nuove partnership commerciali internazionali e favorire la diversificazione dei mercati. Paesi come Cina e Unione Europea potrebbero trarre vantaggio investendo maggiormente in innovazione e sviluppando catene del valore alternative, riducendo così la loro dipendenza dagli Stati Uniti. Inoltre, questa situazione potrebbe incentivare la creazione di accordi regionali più forti e coesi, incrementando la resilienza economica globale nel lungo periodo.