Lamento di Portnoy (con e senza Philip Roth), lacrime di coccodrillo e proattività
Fra le varie voci di supporter delusi, o quantomeno dubbiosi, rispetto alle ricette portate avanti da Trump, in particolare quelle economiche, ho recentemente notato quella di Mr. Dave Portnoy, ricco businessman statunitense, cresciuto nel settore dei media sportivi e delle relative scommesse.
Questo signore si è recentemente lamentato del fatto che non pensava che i dazi potessero incidere in negativo sull’andamento economico, probabilmente riferendosi in primis ad alcuni suoi investimenti, che hanno subito importanti perdite. Tutto questo mi ha riportato alla mente uno dei personaggi più iconici della narrativa americana: Alexander Portnoy, protagonista del romanzo Portnoy’s Complaint del premio Pulitzer Philip Roth (pubblicato a suo tempo in italiano come Lamento di Portnoy).
Per quanto i due Portnoy siano molto lontani nelle loro caratteristiche esteriori, il meccanismo psicologico del lamento a posteriori, senza prendersi responsabilità per le proprie scelte, li accomuna in modo sorprendente.
Dall’attualità politica al romanzo
Se da un lato il Portnoy businessman non rimangia nessuna delle sue affermazioni precedenti relativamente all’attuale presidente USA (“I don’t care if he’s racist. I don’t care if he’s sexist. I don’t care about any of it. I hope he wins.”) ma si lamenta degli effetti negativi delle politiche che ha sostenuto, dall’altro, il Portnoy letterario è altrettanto egoriferito. Ogni relazione (sessuale, familiare, sociale) è filtrata attraverso il suo bisogno, la sua frustrazione, il suo desiderio. Come scrive Roth, il suo protagonista mostra una “tragicomica incapacità di essere qualcosa di più del centro dell’universo.”
Il romanzo è anche una satira feroce di un certo tipo di incoerenza: Portnoy (il personaggio inventato, sicuramente, ma probabilmente anche l’altro) vuole le regole morali della tradizione, ma per gli altri. Vuole la trasgressione, ma senza pagarne il prezzo. Anche oggi, certi personaggi chiedono ordine, frontiere, controllo, salvo poi stupirsi se quelle scelte limitano il mercato, i margini, i loro affari. È il desiderio ipocrita di un mondo ordinato… ma solo finché quell’ordine gioca a proprio favore!
Dal romanzo alla vita aziendale
Anche nella vita aziendale, è facile cadere nella trappola del “lamentarsi dopo”, magari scaricando il barile a qualcun altro: di una scelta strategica inizialmente supportata ma che non ha funzionato, di azioni drastiche ritenute necessarie solo finché non impattano anche su di sé, etc. All’inizio della mia carriera, un mio allora giovane ma saggio capo, mi diede un consiglio che ho sempre trovato prezioso: quando prendi una decisione, evita di dover poi dire “io pensavo che…”, in altre parole, il vecchio ma sempre utile “rifletti prima di agire”. Per chi non lo fa, muovendosi solo in base a scelte egoistiche e impulsive, dopo potrebbero restare solo inutili lamenti e lacrime di coccodrillo come quelle dei personaggi citati.
In politica come in azienda, l’autoreferenzialità e l’incoerenza sono trappole quotidiane. Riconoscerle, magari con un sorriso amaro, può essere un buon primo passo. Lamentarsi, infatti, potrebbe almeno essere l’inizio di un percorso di recupero, ma non produce risultati se non è accompagnato da un’attitudine positiva, capace di mettersi in discussione e di correggere il tiro. Come Alexander Portnoy, possiamo parlare per ore al nostro “terapeuta aziendale”, ma se non cambiamo davvero atteggiamento traducendolo in azioni concrete, rimaniamo fermi nello stesso punto.
Forse oggi, più che mai, vale la pena chiedersi: stiamo osservando davvero il contesto con l’intenzione di agire, o stiamo solo usando il mondo come specchio delle nostre lamentele?