Dazi, fiorini e cambiamento

“Un fiorino!” Chi non ricorda quello spassoso momento del film con Troisi e Benigni, alle prese con un fin troppo zelante doganiere? “Non ci resta che piangere”, era il titolo, e, visto il momento poco allegro, per continuare con le citazioni ironiche potrei aggiungere: “coincidenze? Non ci credo!”

E così (e non è un film ma realtà) è arrivato il giorno della “liberazione”. O, forse meglio, della “libera-azione”, cioè di un insieme di misure che sembrano poco coerenti rispetto ai risultati sperati, come l’implementazione dei nuovi dazi.

Come spesso accade quando si vuole far accettare una misura impopolare (che piaccia o no, i dazi sono tasse che incidono sul costo della vita), il terreno è stato preparato con cura. Un percorso fatto di accuse, in cui i nemici (e a volte anche gli amici e i quasi-amici) sono stati dipinti come sfruttatori di lungo corso. Il contesto comunicativo è stato permeato da informazioni confuse e parziali, che hanno favorito una narrazione apparentemente ben costruita. Tra tutte, la più sbandierata è stata quella del disequilibrio della bilancia dei pagamenti, una sorta di prova della presunta concorrenza sleale ai danni degli americani.

Equilibrio import/export unica fonte di ricchezza?

Ma c’è qualcosa che non torna. Forse si dimentica (non a caso) che la ricchezza di quel paese non è frutto solo dell’export di beni e servizi creati sul territorio, ma di una strategia di espansione globale più sofisticata ed efficace. Dal dopoguerra in poi, il modello americano si è affermato non solo per i prodotti innovativi e di qualità, ma anche per aver costruito e diffuso in tutto il mondo un modello di vita a cui ambire. Un mix di cultura (cinema, musica, lingua) che ha reso quei prodotti desiderabili, indipendentemente dalla loro effettiva provenienza di fabbricazione.

Ho avuto il privilegio di vivere in prima persona questo fenomeno. Oltre ad avere amici e una sorella negli USA, ho lavorato per oltre vent’anni in alcune grandi aziende americane, anche con responsabilità e presenza personale in quel territorio. Ho visto come la loro forza non risieda solo nella capacità di innovare, ma anche nell’approccio strategico alla localizzazione delle attività all’estero, mantenendo al centro i ruoli direttivi ad alto valore. Se, da un lato, oggi ci si rende correttamente conto che può essere utile riportare in casa alcune produzioni critiche (anche il Covid ci ha dimostrato che questo è un punto da tenere in considerazione), per quale motivo questo dovrebbe implicare il passaggio per una guerra commerciale? C’è davvero un nesso fra queste due cose?

Contesto geopolitico e correzioni.

Quello che oggi viene mostrato come un quadro di relazioni sbilanciate, ha origini chiare nel contesto economico e geopolitico di un po’ di tempo fa. Quando Nixon e Kissinger, nei primi anni Settanta, diedero il via agli investimenti e allo spostamento di certe attività verso l’allora arretrata Cina, non lo fecero solo per motivi politici (isolare sempre di più la Russia), ma anche per ragioni economiche. La loro base produttiva, in quel momento, iniziava a mostrare segnali di insufficienza dal punto di vista quantitativo e, soprattutto, poca competitività sui costi, con un’inflazione in forte rialzo.

La bilancia commerciale, in altre parole, non è tutto. Se lo fosse, gli USA sarebbero poveri, visti gli squilibri dichiarati. Invece, il controllo di intere filiere di approvvigionamento (tema su cui la Cina ha iniziato a competere con forza) e gli utili generati dalle aziende con sedi operative in tutto il mondo hanno creato (non solo da loro) ricchezza e prosperità, grazie a sforzi comuni, approccio globale e visione.

Passati tanti anni, qualche correzione può essere giusto applicarla, ma pretendere di mantenere i vantaggi di un sistema così integrato imponendo dazi o altre misure protezionistiche sembra poco realistico. Le interdipendenze sono troppe, e i danni rischiano di ricadere sulle stesse tasche degli americani, oltre che sulle nostre.

Riflessioni finali

Il mondo è cambiato molte volte, e cambierà ancora. Ci siamo già adattati a scossoni economici, tecnologici e politici, e probabilmente ci riusciremo anche questa volta, ma per farlo dobbiamo aprire la mente, prepararci a esplorare nuove strade, diversificare i mercati e, forse, trovare modalità alternative di business. La vera domanda ora è: quanti siete? Cosa portate? Dove andate? (Il prezzo? Un fiorino, ovvio!)

Gabriele Ghinelli