FATTI, NON PAROLE! Racconto di un incontro fra un Fatto e una Parola
“Ti ricordi? Lo diceva anche una nota pubblicità, “fatti, non parole”! Voi fate perdere tempo, non siete concrete, cambiate e prendete in giro la gente.”
Il Fatto parlava con la sua solita aria di superiorità, che tirava fuori ogni volta che incontrava una Parola. “Noi sì che siamo concreti, lasciamo traccia”, aggiungeva subito, “siamo lì, tangibili, a disposizione di tutti in maniera onesta e trasparente, siamo Fatti, non Parole, perbacco!”
La parola ascoltava paziente, non era la prima volta che si sentiva chiamata in causa come generatrice di problemi e incomprensioni.
Gli venne in mente che una volta, un po’ di anni prima, era rimasta turbata, e anche un po’ delusa, notando che persino un autore, un compositore di versi (cioè uno che di parole se ne intende!) se la fosse presa con lei e le sue amiche in una famosa canzone “parole, parole”, in cui loro non facevano certo una bella figura, accidenti… “parole, parole, soltanto parole”, ma come sarebbe a dire, “soltanto” parole? Le parole sono importanti, altroché “soltanto”! Come si farebbe a capirsi, a comunicare, a tramandare, senza di noi?
Certo, rifletteva, quando veniamo usate per rispondere, a una donna delusa come quella della canzone, con frasi come “che cosa sei” o “tu sei come il vento che porta i violini e le rose”, forse un dubbio sulla qualità del nostro contributo è lecito…
Ma intanto mi trovo qui, di fronte a questo fatto, e ora mi tocca sorbirmi la sua predica!
Il fatto, intanto, era ormai lanciato nei suoi discorsi, e la incalzava: “guarda che non lo dico mica solo io e i pubblicitari, già gli antichi romani sostenevano che verba volant, come ci si può fidare di farfallone come voi? Se non ci fossimo noi fatti, a far andare avanti questo mondo, che succederebbe?”.
La parola cominciava a sentirsi piuttosto irritata dall’atteggiamento del suo interlocutore. Avrebbe potuto facilmente sottolineare, portandogli mille esempi reali, che anche lui si prestava spesso a usi impropri, a interpretazioni fuorvianti e manipolazioni varie. Il desiderio di farlo era forte, ma non voleva creare ulteriori divisioni, aumentando le distanze fra di loro. Sapeva bene che molti, anzi troppi, spesso usavano le parole proprio in quel modo, per creare divisioni e polarizzazioni, ma lei sentiva di essere nata per ben altri scopi, per avvicinare, unire, mettere d’accordo, e non sarebbe caduta nello stesso errore per il semplice gusto di prendersi una rivincita e dimostrare all’altro le sue debolezze.
Quello che voleva era convincerlo a lavorare meglio insieme, non allontanarlo definitivamente.
In quel momento un’idea venne in mente alla parola, che in effetti, quando riusciva a mantenere calma e lucidità aveva il vantaggio di essere direttamente collegata al cervello, e quindi di risultare convincente: forse bastava poco per ricomporre la discussione e trasformarla da competizione a collaborazione.
Guardò il fatto negli occhi e gli disse: “forse potrei convincerti della nostra utilità chiedendoti come faresti tu a esistere senza di noi, sempre pronte ad aiutare le persone a comunicare, comprendersi e collaborare per realizzare i fatti, ma voglio sfidarti in un altro modo: se ti dimostro quanto noi parole siamo capaci di far cambiare le cose in meglio (concretamente, come piace a te) anche solo con piccolissimi interventi, la smetterai di criticarmi e inizierai a tenermi in maggior considerazione per collaborare seriamente, io e te?”.
Il fatto era un tipo concreto, ma anche curioso, e dopotutto, pur non volendolo ammettere, aveva sempre apprezzato quella piacevole sensazione rivitalizzante che provava quando ascoltava parole sincere, o cariche di messaggi stimolanti e di spunti di riflessione, quindi decise di accettare la sfida. “Ok, disse, affare fatto, parola d’onore!” (e nel momento stesso in cui lo diceva si accorse di essersi già incastrato, mettendosi alla pari con lei nella stessa frase, addirittura fianco a fianco).
La parola non riuscì a trattenere un sorriso e annuì soddisfatta: “ti ricordi lo slogan pubblicitario che hai citato poco fa, “fatti, non parole”? Prova a cambiare una lettera, una sola, basta una c al posto di una n e noi diventeremo amici”.
Il fatto, che, come dicevamo, è un tipo semplice ma sveglio, capì all’istante, sorrise anche lui, abbracciò la parola, la prese per mano e si avviò in silenzio accanto a lei. Avevano molte cose da fare insieme, fatti, con parole!
Gabriele Ghinelli